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venerdì 29 settembre 2017

Operazione Vecchia Maniera: condannati Bisognano e Marino

Carmelo Bisognano
I due erano accusati di intestazione fittizia di beni in relazione alla creazione della società “Ldm Costruzioni srl” e Bisognano anche di tentata estorsione nei confronti della Torre Srl, impresa di Terme Vigliatore, che opera nel settore del movimento terra e dei calcestruzzi

Nel troncone dell'Operazione Vecchia Maniera del 25 maggio 2016, relativa ai reati di intestazione fittizia di beni e tentata estorsione a Giuseppe Torre, titolare della Torre Srl (secondo l’accusa Bisognano avrebbe costretto il Torre a cedergli dei lavori minacciandolo di coinvolgere suoi familiari rilasciando dichiarazioni accusatorie, ndr) il collegio penale del Tribunale di Barcellona, presieduto dal giudice Fabio Processo ha condannato a 5 anni il collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, a cui è stata contestata la continuazione del reato e a 2 anni l'imprenditore Tindaro Marino.
Il pubblico ministero Federica Paiola, in forza alla Procura di Barcellona P.G., al termine della sua requisitoria aveva chiesto la condanna a 6 anni per Bisognano ed a 4 anni e sei mesi per Marino, essendo emersa la prova del reato di attribuzione fittizia della titolarità della società Ldm Costruzioni Srl, costituita dallo stesso Bisognano attraverso dei prestanome nel 2013.
Tindaro Marino
Dalle intercettazioni era emerso che l’effettivo proprietario della società era Carmelo Bisognano il quale, non potendo figurare in prima persona nell’assetto societario a causa dei suoi trascorsi giudiziari e dell’attuale status di collaboratore di giustizia, al fine di sottrarre beni nella sua disponibilità a provvedimenti di sequestro, si era occupato personalmente di occultare la effettiva titolarità avvalendosi della fattiva collaborazione di Tindaro Marino.
Quest’ultimo aveva corrisposto somme di denaro e consegnato veicoli per lo svolgimento delle attività della società, in alcuni casi sollecitato direttamente da Bisognano che, nelle conversazioni intercettate, gli aveva ricordato gli impegni assunti e da lui mantenuti con le dichiarazioni rese in suo favore.
La società “ era di fatto gestita dai due con la fattiva collaborazione di Angelo Lorisco.
In particolare, il Bisognano e il Marino erano “le teste pensanti” della società, coloro che ne decidevano le sorti e il destino, e ciò anche in ragione della loro “competenza specifica” in materia.
A Bisognano era stato contestato anche il reato di tentata estorsione commesso, nel mese di febbraio 2016, in danno della Torre Srl di Terme Vigliatore.
Angelo Lorisco
Bisognano, attraverso Lorisco, già condannato in precedenza a tre anni con il rito abbreviato, avrebbero tentato di imporre alla Torre Srl l’utilizzo di mezzi di lavoro nella propria disponibilità. L’intenzione era di ottenere detti lavori con la minaccia ai titolari della società in questione, veicolata dal Lorisco, di rendere dichiarazioni che avrebbero pregiudicato la posizione degli imprenditori, e quindi delle società da costoro gestite. E ciò a differenza di quanto avvenuto nel passato, allorquando, invece, egli avrebbe omesso di riferire all’Autorità Giudiziaria fatti e circostanze aventi rilievo penale sul conto dei predetti.

Mentre per il pactum sceleris con l'imprenditore Tindaro Marino, attraverso il quale Bisognano, come collaboratore di giustizia, si era impegnato a rilasciare dichiarazioni più favorevoli nei confronti di Marino, rispetto a quelle in precedenza rese nell’ambito dei vari procedimenti che lo riguardavano, il Gip ha ordinato l’imputazione coatta per il reato di “False dichiarazioni al difensore rilasciate nell’ambito delle investigazioni difensive”, respingendo la richiesta di archiviazione della alla Procura, rappresentata dai sostituti Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio.

Articolo pubblicato su MessinaOra.it

Processo Torrente: chi indicò la Cobifur per il subappalto dei lavori pubblici a Tonnarella?

Tribunale di Barcellona P.G.
Prosegue l'attività istruttoria del processo originato dalle indagini sull'infiltrazione mafiosa a Furnari, in aula l'ultimo teste del pm, le cui dichiarazioni sull'aggiudicazione del subappalto di alcuni lavori pubblici, appaiono in contrasto con quanto riferito in precedenza da un altro teste

Riprendono, dopo la pausa estiva, a Barcellona P.G. Le udienze del procedimento conseguente all'Operazione antimafia “Torrente” del 5 novembre 2010.
In aula l'ultimo teste del pm, il dottor Cavallo della Dda di Messina, Marco Roberto Porrella, l'imprenditore aggiudicatario dei lavori per il recupero e la riqualificazione ambientale del tratto di costa Tono-Tonnarella nel maggio del 2007, per un importo di circa 700.000 euro.
Con il consenso anche delle parti civili e del collegio di difesa, sono state acquisite agli atti del dibattimento i verbali di Sit (sommarie informazioni testimoniali, ndr) rilasciate nel corso delle indagini dall'imprenditore catanese.
Tuttavia, l'avvocato Aloisi, per la parte civile Mario Foti, ha voluto rivolgere al teste alcune domande di chiarimento in merito a quanto contenuto nei suddetti verbali, chiedendo al Porrella se, dopo aver vinto la gara, avesse affidato un subappalto alla ditta Co.Bi.Fur. di Santino Bonanno (imprenditore legato ai mazzarroti, condannato in primo grado nel processo Zefiro, ndr).
L'imprenditore ha confermato di aver affidato dei lavori per circa 70-80.000 euro.
“Non era di 200.000?” ha replicato Aloisi?
“No” la lapidaria risposta di Porrella.
Quando, successivamente, la parte civile ha chiesto, ripetutamente, al teste sul perché la scelta di affidare quei lavori fosse caduta proprio sul quella specifica impresa, se qualcuno gli avesse indicato la Co.Bi.Fur., se gliel'avesse indicato il rup (responsabile unico del procedimento, ndr) Torre, se avesse conosciuto il dottor Lopes, il dibattimento ha iniziato a “vivacizzarsi”, provocando l'opposizione dell'avvocato Carrabba, difensore dell'ex sindaco.
“Lei ha mai conosciuto il dottor Lopes?”
“Non credo. – risponde il teste – Mi sembra di aver conosciuto una rappresentanza del Comune. Non so se era il sindaco.”
“Mi rivolsi all'Ufficio tecnico – ha continuato il Porrella – perché mi si indicasse un'impresa sul territorio. Ne parlai con Torre.”
In merito era stato sentito nell'udienza del 3 luglio scorso proprio il Rup di quell'appalto, il geometra Antonino Torre in forza all'Ufficio tecnico del Comune di Furnari, il cui verbale di Sit era stato acquisito agli atti che, secondo la difesa Lopes, aveva escluso “categoricamente” di aver indicato la Co.Bi.Fur.
Sull'affidamento di quel subappalto a Santino Bonanno si era già espresso nelle precedenti udienze l'ex capo dell'ala militare dei barcellonesi Carmelo D’Amico.
«Fu anche Arcidiacono – aveva dichiarato D'Amico – a dirmi che, se fosse salito il sindaco Lopes, costui si sarebbe sdebitato con il Calabrese e con gli altri soggetti che avevano procacciato i voti per lui, facendo assegnare in loro favore lavori da parte del comune di Furnari. Mi risulta che in effetti dopo quelle elezioni, il sindaco Lopes fece assegnare un lavoro dell’entità di circa 500.000 euro, da svolgersi a Portorosa».
Quel lavoro «venne assegnato a Santino Bonanno e dunque a Tindaro Calabrese. In pratica, il lavoro lo prese formalmente Santino Bonanno ma gli interventi furono eseguiti anche da Calabrese.»
Il dottor Lopes aveva fermamente negato l’esistenza del patto con il Calabrese. Secondo l’ex sindaco, l’appalto citato dal D’Amico era stato vinto da «una ditta di Catania», in seguito a un bando di gara indetto dalla precedente amministrazione. Tale ditta, successivamente, subappaltava una parte del lavoro, per un importo di circa 80.000 euro al Bonanno.
«Invero – sosteneva Lopes –, nell’ipotesi di subappalto, l’amministrazione, previa verifica della documentazione da parte degli uffici preposti e in assenza di motivi ostativi, non può far altro che prendere atto del contratto che la ditta aggiudicataria stipula con la subappaltante».
L'avvocato Aloisi, considerato che risulterebbero due diverse affermazioni circa l'indicazione della ditta Co.Bi.Fur., ha chiesto al Tribunale che venga effettuato un confronto tra i testi Porrella e Torre.
Risultando già in maniera oggettiva dagli atti il contrasto tra le due dichiarazioni il dottor Cavallo ha manifestato il suo disaccordo sulla richiesta della parte civile.
Il Collegio, presieduto dal dottor Fabio Processo, si è riservato di decidere sul confronto al completamento dell'attività istruttoria.

La prossima udienza si terrà il 15 gennaio 2018 alle ore 14.00, con l'accordo di tutte le parti il Collegio ha differito l'eventuale esame degli imputati al completamento dell'esame dei testi a discolpa.

Articolo pubblicato su MessinaOra.it

martedì 8 agosto 2017

Discarica di Mazzarrà e rischio inquinamento: metalli pesanti nell'acqua

Riscontrata la presenza di metalli pesanti, come arsenico, cadmio, cromo, nichel, piombo e mercurio, in valori oltre i limiti di legge nei campioni prelevati in prossimità delle vasche di accumulo del percolato

La querelle, quasi sempre con toni accesi, circa il possibile inquinamento delle falde idriche insistenti nell'alveo del torrente Mazzarrà, nel quale sono localizzati anche i pozzi di che alimentano gli acquedotti dei comuni di Furnari e Terme Vigliatore, a causa della presenza dell'ecomostro voluto da quella che l'ex procuratore capo di Messina Guido Lo Forte definì la “triade mafia-politica-affari”, ha riempito pagine di giornali, è stato oggetto di infuocati comizi politici e punto di dibattito in diverse audizioni presso varie commissioni parlamentari e regionali.
Di pericolo di inquinamento si legge anche negli atti delle inchieste che la Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto ha avviato nel corso degli ultimi anni, fino ad arrivare al sequestro dell'impianto eseguito dalle forze dell'ordine nel novembre del 2014.
Senza dilungarci nel riassumere i fatti scoperchiati da quell'indagine, per la quale oggi si sta celebrando un processo davanti al Tribunale di Barcellona, ricordiamo che venne nominato un perito dal Gip Danilo Maffa, Nicola Dell’Acqua, dirigente del dipartimento nazionale di protezione civile, che doveva fornire riscontri sulle ipotesi investigative di rischio inquinamento dei pozzi di contrada Lacco – che alimentano l’acquedotto di Furnari – e del torrente Mazzarrà, a seguito dell’abbancamento di rifiuti, oltre il limite consentito e dei lavori di ampliamento, realizzati in difformità delle autorizzazioni.
Dell'Acqua – nella sua perizia conclusiva depositata a fine 2015 – escluse “che allo stato le acque superficiali del torrente Mazzarrà e dei pozzi idrici del comune di Furnari siti nelle immediate vicinanze, siano inquinati”.
Ma da quella perizia altri fatti sono accaduti.
Il più grave lo scorso 5 aprile, quando Tirrenoambiente (proprietatio/gestore dell'immondezzaio, ndr) comunica lo sversamento del percolato nel vicino torrente Mazzarrà, a seguito della decisione di spegnere le pompe di sollevamento del liquido dal fondo della discarica per “mancanza di fondi” per il suo smaltimento.
Cosa ha comportato quello sversamento?
In tanti ce lo siamo chiesti in quei giorni.
Forse oggi abbiamo qualche dato in più per rispondere a quell'interrogativo.
Tra l'11 e il 21 aprile scorso sono state fatte eseguire dal Comune di Furnari delle analisi sulle acque che alimentano l'acquedotto pubblico e quindi destinate al consumo umano.
La Chemitecnosud di Messina ha campionato in diversi punti del torrente Mazzarrà: dalla foce fino alla direzione delle cisterne in cui si accumula il percolato prodotto dalla discarica.
Gli inquinanti più comuni negli ecosistemi di acqua dolce sono formati da metalli pesanti: arsenico, cadmio, cromo, rame, nichel, piombo e mercurio.
I risultati, nei campioni prelevati alla foce del torrente Mazzarrà e a valle dei pozzi di contrada Lacco non hanno evidenziato valori di sforamento rispetto ai limiti di legge (d.lgs n. 31/01, ndr).
Più preoccupanti, sono invece i risultati dei campioni prelevati in due punti di campionamento a valle delle cisterne del percolato.
Arsenico, cadmio, cromo, nichel, piombo e mercurio sono presenti in valori ben oltre i limiti.
Giusto per rendere l'idea, secondo l'EPA (Agenzia USA per la protezione dell'ambiente, ndr) per la salvaguardia della salute umana le concentrazione massime ammesse per i metalli nelle acque naturali sono pari a 0.144 milligrammi per metro cubo per il mercurio, 5 per il piombo, 10 per il cadmio, 50 per il cromo.
Il mercurio, il piombo ed il cadmio non sono richiesti da nessun organismo, neppure in piccole quantità.
I dati che emergono dalla tabella relativa ai prelievi effettuati nel punto di prelievo "leggermente a valle delle cisterne di accumulo" evidenziano un valore di 9,8 microgrammi per litro (equivalente ai mg/metro cubo) per il mercurio, 16, 5 per il cadmio, 37,5 per il piombo, 97, 5 per il cromo, 174 per il nichel e 261 per l'arsenico.