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martedì 8 agosto 2017

Discarica di Mazzarrà e rischio inquinamento: metalli pesanti nell'acqua

Riscontrata la presenza di metalli pesanti, come arsenico, cadmio, cromo, nichel, piombo e mercurio, in valori oltre i limiti di legge nei campioni prelevati in prossimità delle vasche di accumulo del percolato

La querelle, quasi sempre con toni accesi, circa il possibile inquinamento delle falde idriche insistenti nell'alveo del torrente Mazzarrà, nel quale sono localizzati anche i pozzi di che alimentano gli acquedotti dei comuni di Furnari e Terme Vigliatore, a causa della presenza dell'ecomostro voluto da quella che l'ex procuratore capo di Messina Guido Lo Forte definì la “triade mafia-politica-affari”, ha riempito pagine di giornali, è stato oggetto di infuocati comizi politici e punto di dibattito in diverse audizioni presso varie commissioni parlamentari e regionali.
Di pericolo di inquinamento si legge anche negli atti delle inchieste che la Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto ha avviato nel corso degli ultimi anni, fino ad arrivare al sequestro dell'impianto eseguito dalle forze dell'ordine nel novembre del 2014.
Senza dilungarci nel riassumere i fatti scoperchiati da quell'indagine, per la quale oggi si sta celebrando un processo davanti al Tribunale di Barcellona, ricordiamo che venne nominato un perito dal Gip Danilo Maffa, Nicola Dell’Acqua, dirigente del dipartimento nazionale di protezione civile, che doveva fornire riscontri sulle ipotesi investigative di rischio inquinamento dei pozzi di contrada Lacco – che alimentano l’acquedotto di Furnari – e del torrente Mazzarrà, a seguito dell’abbancamento di rifiuti, oltre il limite consentito e dei lavori di ampliamento, realizzati in difformità delle autorizzazioni.
Dell'Acqua – nella sua perizia conclusiva depositata a fine 2015 – escluse “che allo stato le acque superficiali del torrente Mazzarrà e dei pozzi idrici del comune di Furnari siti nelle immediate vicinanze, siano inquinati”.
Ma da quella perizia altri fatti sono accaduti.
Il più grave lo scorso 5 aprile, quando Tirrenoambiente (proprietatio/gestore dell'immondezzaio, ndr) comunica lo sversamento del percolato nel vicino torrente Mazzarrà, a seguito della decisione di spegnere le pompe di sollevamento del liquido dal fondo della discarica per “mancanza di fondi” per il suo smaltimento.
Cosa ha comportato quello sversamento?
In tanti ce lo siamo chiesti in quei giorni.
Forse oggi abbiamo qualche dato in più per rispondere a quell'interrogativo.
Tra l'11 e il 21 aprile scorso sono state fatte eseguire dal Comune di Furnari delle analisi sulle acque che alimentano l'acquedotto pubblico e quindi destinate al consumo umano.
La Chemitecnosud di Messina ha campionato in diversi punti del torrente Mazzarrà: dalla foce fino alla direzione delle cisterne in cui si accumula il percolato prodotto dalla discarica.
Gli inquinanti più comuni negli ecosistemi di acqua dolce sono formati da metalli pesanti: arsenico, cadmio, cromo, rame, nichel, piombo e mercurio.
I risultati, nei campioni prelevati alla foce del torrente Mazzarrà e a valle dei pozzi di contrada Lacco non hanno evidenziato valori di sforamento rispetto ai limiti di legge (d.lgs n. 31/01, ndr).
Più preoccupanti, sono invece i risultati dei campioni prelevati in due punti di campionamento a valle delle cisterne del percolato.
Arsenico, cadmio, cromo, nichel, piombo e mercurio sono presenti in valori ben oltre i limiti.
Giusto per rendere l'idea, secondo l'EPA (Agenzia USA per la protezione dell'ambiente, ndr) per la salvaguardia della salute umana le concentrazione massime ammesse per i metalli nelle acque naturali sono pari a 0.144 milligrammi per metro cubo per il mercurio, 5 per il piombo, 10 per il cadmio, 50 per il cromo.
Il mercurio, il piombo ed il cadmio non sono richiesti da nessun organismo, neppure in piccole quantità.
I dati che emergono dalla tabella relativa ai prelievi effettuati nel punto di prelievo "leggermente a valle delle cisterne di accumulo" evidenziano un valore di 9,8 microgrammi per litro (equivalente ai mg/metro cubo) per il mercurio, 16, 5 per il cadmio, 37,5 per il piombo, 97, 5 per il cromo, 174 per il nichel e 261 per l'arsenico.

domenica 6 agosto 2017

Si aggrava la situazione della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea


In una nota dello scorso 18 luglio il custode giudiziario Roberto Carenzo, lancia l’allarme sul mancato smaltimento del percolato e sulle fughe di biogas e chiede l’intervento urgente degli enti preposti


Dopo lo sversamento di percolato nel torrente Mazzarrà dello scorso 5 aprile, causato dallo spegnimento delle pompe di sollevamento del liquido dal fondo dell’invaso per incapacità – secondo la proprietaria Tirrenoambiente, oggi in liquidazione - di provvedere al suo smaltimento per mancanza di risorse, la situazione della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea torna a farsi preoccupante.

Le somme stanziate dalla Regione sono finite

In una nota dello scorso 18 luglio, il custode giudiziario (il sito è sotto sequestro giudiziario dal novembre 2014, ndr) Roberto Carenzo (direttore della discarica, ndr) comunicava che “stante la mancata manutenzione da mesi in atto per quanto concerne la copertura del sito”, dopo il breve ma intenso acquazzone della domenica del 16 luglio “si è potuto rilevare un notevole incremento della produzione di percolato, protrattosi poi nelle due giornate successive con una media produttiva del 36% superiore a quanto endemicamente generato dalla discarica in assenza di piogge”, pari ad una media giornaliera di 31 metri cubi.
Nella nota il Carenzo evidenzia anche come l’attuale stato della copertura aggraverà l’imminenza del problema ambientale “dovuto al mancato smaltimento del percolato per esaurimento delle somme stanziate dalla Regione”, ovvero quei 300.000 euro presi dal fondo regionale per gli imprevisti stanziati per far fronte allo sversamento dello scorso aprile.
Secondo il prospetto comunicato dal Carenzo, di quelle somme ne restano meno di 40.000, sufficienti per un altro mese “in assenza di piogge”.

I miasmi tornano a Furnari

Ma il disfacimento della copertura sta causando un altro problema di non minore gravità.
Da giorni ormai si riscontrano fuoriuscite incontrollate di biogas, dovute “ai continui movimenti che a tutt’oggi ancora interessano la massa rifiuti” e alla “mancata realizzazione di nuovi punti di captazione”, essendo gli attuali “oramai obsoleti e insufficienti”.
Se ne sono ben accorti gli abitanti del vicino paese di Furnari che, specie nelle ore serali, sono tornati ad essere ammorbati dal puzzo nauseabondo che li ha afflitti nel corso della ultradecennale attività della discarica.
La situazione, segnala la nota del custode giudiziario “ha trovato conferma anche dai valori di metano riscontrati nelle misurazioni effettuate tramite la modesta strumentazione a disposizione del cantiere”.
Modesta strumentazione sì, perché sempre per l’asserita mancanza di risorse della Tirrenoambiente, dalla nota veniamo a sapere che “le corrette indagini” previste dal Piano di monitoraggio e controllo della discarica “non sono più effettuate dal mese di aprile 2017 per mancanza di contratto con laboratorio qualificato”.
Ciò nonostante le indagini effettuate dagli uomini di Tirrenoambiente “hanno comunque dato modo di individuare punti critici dove le fuoriuscite di biogas sono sicuramente molto più incisive rispetto la totalità della discarica”.
Una planimetria allegata alla nota di Carenzo mostra le zone maggiormente interessate dal fenomeno e sulle quali “necessita un immediato intervento di ripristino, finalizzato a ridurre le immissioni di gas in atmosfera”.

La frana del 2014 è in continuo movimento

Le due zone “incriminate” sono quella a sud in cui insiste una frattura della discarica, la cui esistenza finì sotto i riflettori della magistratura e dei carabinieri nel corso del sequestro del 2014, che non si è mai fermata, ma ha continuato a scivolare “seppur con movimenti notevolmente ridotti” – precisa Carenzo – danneggiando così i teli di copertura della vasca.
“L’altra macro area, posta a Nord dell’invaso – prosegue la nota – è identificata in un versante dove il telo di copertura non più consono alla sua funzione, sta generando un doppio danno, ovvero, notevoli infiltrazioni di acqua in occasione delle precipitazioni e ingenti fuoriuscite di biogas con i conseguenti effetti negativi per l’ambiente e la popolazione circostante”.
Solo con il ripristino dei teli di copertura e con la “contestuale realizzazione di nuovi punti di captazione del biogas essendo quelli attuali non più funzionali a garantire una corretta captazione all’interno della massa dei rifiuti” la “problematica relativa alle emissioni di biogas potrà essere risolta” dice Carenzo che conclude, “senza tralasciare quelle che sono le altre problematiche relative alla stabilità che interessano la discarica”, chiedendo ad un lungo elenco di enti, tra cui la Procura di Barcellona, il Noe, l’Arpa e l’assessorato regionale dell’Energia e dei servizi di pubblica utilità, “urgente incontro/riscontro, in relazione agli interventi che ad oggi non possono più essere considerati procrastinabili”. Che tradotto sta a significare, che siano le istituzioni a metterci una pezza, perché noi a Tirrenoambiente non abbiamo le risorse economiche per far fronte a quello che sarebbe un nostro dovere.

Gestion post mortem a chi compete?

Eh sì, dovere. Perché la gestione post operativa della discarica è una precisa responsabilità di Tirrenoambiente.
Facciamo un passo indietro.
Prima dell'intervento della magistratura, l’impianto era stato “bocciato” dal Dipartimento regionale acque e rifiuti che, a seguito di un'ispezione sulle autorizzazioni, aveva disposto la revoca delle stesse e ordinato a Tirrenoambiente di presentare un progetto di chiusura e messa in sicurezza del sito volto a garantire che esso possa essere chiuso «nel rispetto della normativa ambientale e di sicurezza vigente».
Tutto questo la Regione lo chiedeva nel settembre del 2014.
A marzo 2017, un mese prima che il percolato tracimasse, la Regione chiede il progetto di chiusura della discarica aggiornato allo stato attuale.
In questi quasi tre anni cosa è stato realizzato per ottemperare a quell'ordine?
L'altra domanda che dovremmo porci è quella relativa alla mancanza di risorse economiche in capo a Tirrenoambiente.
Come gestore di un impianto di trattamento dei rifiuti la società partecipata del comune mazzarrese doveva stipulare delle polizze fidejussorie a garanzia delle attività autorizzate.
Questo perché in caso in cui il gestore non possa far fronte ai suoi obblighi, si procede all'escussione della polizza.
Proprio il 22 marzo scorso, il Dipartimento regionale acque e rifiuti ha chiesto “la trasmissione delle polizze fidejussorie stipulate a garanzia delle attività autorizzate”.
E il 4 aprile «è stata richiesta (dal Dipartimento) alla Milano Assicurazioni Spa l'escussione della polizza per €. 103.500,00 oltre Iva (10%)».
Traducendo ancora una volta, dove sono finiti i soldi per la gestione post mortem?

E gli enti preposti al controllo?

Il Dipartimento regionale dell’Acqua e dei rifiuti ha chiesto l’intervento dello Stato ai sensi dell’articolo 309 del Codice dell’Ambiente, sottolineando in una sua nota al Ministero dell’Ambiente del 27 luglio scorso come, “nonostante le numerose richieste al Gestore/Custode giudiziario di fornire ogni utile informazione per definire un programma di lavori/azioni con le relative stime dei costi e della durata, volto a chiusura definitiva della discarica e, quindi a salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini, nessun concreto riscontro si è avuto dai predetti soggetti.”
L’intervento statale chiesto dalla Regione sarebbe dettato dalla “gravità della situazione” e dalla “mancanza di fondi per provvedere alla chiusura, messa in sicurezza e gestione post operativa della discarica in argomento”.
Anche se, fanno sapere da Palermo, “sia intenzione di questa Amministrazione porre in essere le attività di recupero delle somme vantate dalla Tirrenoambiente nei confronti degli Enti conferitori”, eventualmente nominando dei commissari ad acta, poiché i tempi per quest’ultima attività non sarebbero “compatibili” con le “criticità ambientali contingenti ed immediate”.
L’Arpa, Struttura territoriale di Messina “in considerazione delle criticità inerenti la gestione della discarica di Mazzarrà S. Andrea gestita dalla Tirrenoambiente S.p.A. in liquidazione” nonché della nota di Carenzo, “ha attivato un piano di indagini su matrici ambientali a far data dal 21.07.2017 i cui esiti saranno trasmessi anche al Comune di Furnari”.
Quest’ultimo, dal canto suo, ha recentemente diffidato la Tirrenoambiente, il Comune di Mazzarrà e la Regione Siciliana “di procedere immediatamente alla messa in sicurezza definitiva e alla bonifica del sito della discarica”.
Ha inoltre diffidato la Regione a convocare una conferenza di servizi “al fine di programmare tutti gli interventi per la bonifica del sito” scongiurando tutti i rischi derivanti da sversamento di percolato, fuoriuscite di biogas e smottamenti della montagna di rifiuti abbancati.

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